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...Sapere Aude...

Intelligenti Pauca
May 10

Per non dimenticare Peppino Impastato, eroe

 

"Mio padre.. la mia famiglia.. il mio paese.. Io voglio fottermene! Io voglio dire che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!"

 
Sono passati 30 anni dalla sua morte ma non smetteremo mai di dire grazie a Peppino, grazie per ciò che ci ha insegnato: a non avere paura. Il suo sacrificio non deve essere vano. Possiamo cambiare questa società solo se diremo SEMPRE LA VERITA'... prima che sia troppo tardi.
 
Peppino ci manchi
Peppino Impastato
April 11

A proposito di eroi...

 
Eroe (la vera storia di Luigi delle Bicocche)
 
“Questa che vado a raccontarvi è la vera storia di Luigi delle Bicocche,
eroe contemporaneo a cui noi tutti dobbiamo la nostra libertà”

Piacere, Luigi delle Bicocche
Sotto il sole faccio il muratore e mi spacco le nocche.
Da giovane il mio mito era l’attore Dennis Hopper
Che in Easy Rider girava il mondo a bordo di un chopper
Invece io passo la notte in un bar karaoke,
se vuoi mi trovi lì, tentato dal videopoker
ma il conto langue e quella macchina vuole il mio sangue
..un soggetto perfetto per Bram Stroker
Tu che ne sai della vita degli operai
Io stringo sulle spese e goodbye macellai
Non ho salvadanai, da sceicco del Dubai
E mi verrebbe da devolvere l’otto per mille a SNAI
Io sono pane per gli usurai ma li respingo
Non faccio l’ Al Pacino, non mi faccio di pacinko
Non gratto, non vinco, non trinco/ nelle sale bingo/
Man mano mi convinco/ che io

sono un eroe, perché lotto tutte le ore. Sono un eroe perché combatto per la pensione
Sono un eroe perché proteggo i miei cari dalle mani dei sicari dei cravattari
Sono un eroe perché sopravvivo al mestiere. Sono un eroe straordinario tutte le sere
Sono un eroe e te lo faccio vedere. Ti mostrerò cosa so fare col mio super potere

Stipendio dimezzato o vengo licenziato
A qualunque età io sono già fuori mercato
…fossi un ex SS novantatreenne lavorerei nello studio del mio avvocato
invece torno a casa distrutto la sera, bocca impastata
come calcestruzzo in una betoniera
io sono al verde vado in bianco ed il mio conto è in rosso
quindi posso rimanere fedele alla mia bandiera
su, vai, a vedere nella galera, quanti precari, sono passati a malaffari
quando t’affami, ti fai, nemici vari, se non ti chiami Savoia, scorda i domiciliari
finisci nelle mani di strozzini, ti cibi, di ciò che trovi se ti ostini a frugare cestini
..ne’ l’Uomo ragno ne’ Rocky, ne’ Rambo ne affini
farebbero ciò che faccio per i miei bambini, io sono un eroe.

Per far denaro ci sono più modi, potrei darmi alle frodi
E fottermi i soldi dei morti come un banchiere a Lodi
C’è chi ha mollato il conservatorio per Montecitorio
Lì i pianisti sono più pagati di Adrien Brody
Io vado avanti e mi si offusca la mente
Sto per impazzire come dentro un call center
Vivo nella camera 237 ma non farò la mia famiglia a fette perché sono un eroe.
 
Caparezza
 
 Luigi delle Bicocche

 

April 09

Il richiamo della foresta

Più dell’amor poté il digiuno, ovvero più del fair play poté la vittoria. E così, dopo un mese di campagna elettorale tutto sommato educata, civile, addirittura noiosa per quanto fossero simili i programmi e ripetitivi i discorsi, siamo tornati all’antico. L’insulto, lo scontro ideologico, la rissa. La minaccia di prendere i fucili fatta da Bossi. L’odio per i comunisti (che manco esistono più) rievocato da Berlusconi. Il disprezzo per i magistrati che dovrebbero sottoporsi periodicamente a test di attitudine mentale rilanciato sempre dal Cavaliere. L’occhiolino strizzato ai mafiosi da parte di Marcello Dell’Utri, anche loro votano e fanno votare. E meno male che Veltroni aveva appena scritto una lettera al suo avversario per invitarlo a essere leale con la Repubblica, insomma a garantire un corretto funzionamento delle istituzioni e dei rapporti tra di esse. Un appello caduto nel vuoto, anzi peggio: «Irricevibile», è stata la secca risposta. In un attimo siamo ripiombati nel passato, niente più promesse di riforme istituzionali fatte insieme, dei comunisti non ci si può fidare.

Nessuna possibilità di avere un rapporto corretto con la magistratura, i pubblici ministeri sono malati mentali che devono essere curati. E così, quando Berlusconi sarà al governo, se lo sarà, le Procure di tutta Italia sanno che devono stare attente: se ti muovi ti fulmino. (D’altra parte pure i dirigenti del centrosinistra in questi ultimi anni non è che abbiano avuto rapporti idilliaci con la magistratura, dimostrando anche loro una certa insofferenza ogni volta che finivano sotto tiro).

Per non parlare dell’amico e fedele consigliere Dell’Utri che, mentre promette di riscrivere la storia della Resistenza, addirittura arriva a definire il famigerato stalliere mafioso di Arcore un eroe. L’eroe Mangano. Lo dice così, a freddo, senza alcuna ragione plausibile. Lo dice evidentemente perché in Sicilia (e non solo lì) quella parte del Paese denominata mafia ancora conta nonostante le sconfitte subite. Conta, produce consenso ed è capace di riversare quel consenso verso tizio o caio. In questo caso è lampante verso chi.

Non c’è niente da fare, nonostante i vari tentativi che in questi anni sono stati fatti, prima da D’Alema con la sua Bicamerale e poi da Veltroni con la sua proposta di riformare il sistema assieme a Berlusconi, e pure con la sua impostazione di una campagna elettorale per qualcosa e non contro qualcuno, niente da fare. Il Paese normale non c’è, resta un sogno. E non c’è perché il Cavaliere, che pure era sembrato diverso da se stesso, che pure aveva aperto il dialogo con i suoi avversari, che pure aveva promesso una nuova stagione politica fatta di rapporti decenti con la futura, eventuale opposizione, di processi costituenti, addirittura di possibili larghe intese, non resiste al richiamo della foresta. Quando vede la meta a pochi metri non può fare a meno di scatenare i suoi spiriti animali. Il suo obiettivo è vincere a qualsiasi costo, e sa che ritirando fuori il vecchio armamentario sui comunisti, sui giudici, sui mafiosi che in fin dei conti non sono poi così male (non fu il suo ministro Lunardi a dire che bisogna convivere con la mafia?), il suo elettorato si eccita. Si mobilita. Magari perché si spaventa appunto dei «comunisti» che gli aumentano le tasse, dei pubblici ministeri che indagano dove invece bisogna chiudere un occhio o magari tutti e due. E va a votare. Per lui.

Il quale lui, cioè Berlusconi, è anche capace di mettere insieme nella stessa giornata, nello stesso comizio, nella stessa frase, un’abnormità come quella sui magistrati malati di mente con una fesseria come quella sulle donne di destra più belle di quelle di sinistra. I comunisti con la mozzarella, la mafia con le barzellette, l’attacco politico più violento e minaccioso con l’ultima gag da varietà. Questo è l’uomo che tra meno di una settimana potrebbe essere il nuovo capo del governo. E semmai riuscisse a esserlo, governerà così, seguendo il suo istinto primario: dice che Bossi sta male e un’ora dopo smentisce di averlo detto, invita gli imprenditori a evadere le tasse e un’ora dopo nega di aver mai pronunciato quella frase che centinaia di persone hanno sentito. Spiega che Veltroni è una persona seria e affidabile e un attimo dopo rieccotelo un comunista che divora i bambini.

 

Riccardo Barenghi, La Stampa 09-04-2008 


April 02

Chapeau...

Thierry Henry
 
 
"Per un'ora e mezza facciamo divertire la gente ma non bisogna montarsi la testa. Mica siamo eroi. Chi si batte per il proprio Paese o lotta per trovare un vaccino contro l'Aids, questi possono definirsi eroi e guardarci dall'alto, non un calciatore"
 
Thierry Henry
April 01

Quando l'autogrill diventa un'arena

Era così liberatorio, crederlo solo un incidente stradale. Poter dire, ancora una volta, il calcio non c'entra. Invece c'entra eccome, e non è stata una disgrazia. Perché in Italia si continua a morire per un pallone, specialmente lontano dagli stadi. Adesso si muore all'autogrill: Matteo come Gabriele, il primo investito ieri da un autista terrorizzato e il secondo freddato dal proiettile di un poliziotto, cinque mesi fa. Si muore in un clima di panico diffuso, dentro scenari da guerriglia urbana, le falangi degli ultrà che si preparano all'assalto, qualcuno attacca, qualcuno fugge, qualcuno ci rimette la pelle.

Si muore, quasi sempre, quando c'è di mezzo il tifo organizzato, quello che hanno provato invano a bloccare. Le testimonianze dall'area di servizio di Crocetta Nord non offrono alibi alle ipocrisie, anche se questura di Asti e Polstrada di Alessandria avevano sposato la tesi del puro incidente stradale con fretta eccessiva: invece nell'autogrill si era svolta una vera imboscata. Meno violenta, anche nei numeri, di quella che uccise l'ispettore Raciti davanti allo stadio di Catania, il 2 febbraio dell'anno scorso; più simile, nella dinamica, all'episodio che costò la vita a Gabriele Sandri l'11 novembre 2007: anche allora qualcuno provocò e qualcun altro reagì. Malissimo, certo, ma il terrore gioca brutti scherzi a tutti: ai tifosi, ai poliziotti, agli autisti di autobus.

Di fronte a un ragazzo che muore c'è sempre il dolore, e l'abbraccio ai genitori. Ma il rischio è non voler guardare, e usare la retorica per creare altri martiri che martiri non sono. Gabriele Sandri non era un boy scout. Matteo Bagnaresi era alla prima trasferta dopo tre anni di diffida. I gruppi degli ultrà vanno allo stadio per picchiare e all'autogrill per minacciare, aggredire, rubare e sfasciare tutto. A volte sono regolamenti di conti: gli ultrà di Parma e Juve si odiano da tanto tempo, è lì che Bagnaresi si prese la diffida. Il problema sarebbe evitare che certa gente si sposti, compreso chi cerca grane e può avere la sventura di trovarle, pagando il prezzo più alto. Perché nel calcio, oggi, si muore di spranga e di pallottola ma anche per leggerezza, tentando di bloccare un pullman che riparte di corsa dopo un agguato.

Il problema è che i divieti di trasferta non vengono più applicati. Ultimo esempio, Inter-Juventus nel sabato di Pasqua: gara in teoria vietata al tifo ospite, ma a San Siro gli juventini erano migliaia. Quando si viaggia - in tram, in auto, in treno, persino in aereo - e ci s'imbatte nell'ultrà, c'è da avere paura. Solo un masochista non riparte alla svelta, appena arrivato all'autogrill, vedendo il piazzale occupato dai pullman dei guerrieri. I cittadini pagano con le loro tasse le ore di straordinari che spettano a carabinieri e poliziotti esasperati, nel tentativo di arginare la violenza del calcio: un costo inaccettabile, in ogni senso. E non si muore solo in serie A. Oltre a Raciti, Sandri e Bagnaresi, non va dimenticato Ermanno Licursi, il dirigente della Sammartinese (terza categoria) massacrato a pugni e calci su un campetto di periferia. Era il 27 gennaio 2007.

Fino a pochi anni fa, gli stadi erano zone franche dove la legge non entrava mai. Poi qualcosa si è fatto, biglietti nominali, più controlli, telecamere, tornelli e steward: soluzioni e palliativi in ordine sparso. E allora i violenti si sono spostati, e hanno deciso che il campo di battaglia non è più la gradinata ma un piazzale vicino allo stadio, oppure il dedalo di strade che lo circondano. Ma lì è ancora troppo alto il rischio di essere bloccati, dunque è meglio giocare ai gladiatori all'autogrill con cinghie, mazze, coltelli e bottiglie.

Visto che è impossibile militarizzare quei luoghi pubblici, oltreché agghiacciante, si può solo sperare che tutto fili liscio e che il bilancio dei danni si limiti a qualche vetrina rotta, a qualche scaffale svuotato. Finché ci scappa il morto. Eppure, quegli stessi autogrill ospitano anche tifosi normali, quelli che mangiano il panino e improvvisano un sereno picnic. Però sono sempre meno, e sempre più spaventati: il calcio li sta perdendo. La gente tranquilla ormai lo guarda da casa o non lo guarda affatto, i ragazzini specialmente, e questo è un patrimonio di passione perduto per sempre.

Seguirà ampio dibattito. Peccato che, in teoria, il tempo delle chiacchiere sia proprio scaduto. Domani si gioca Roma-Manchester United, altro teorico teatro di paura e violenza, visti i precedenti. La parola "vendetta" rimbomba come un tamburo. E se poi succede davvero, sarà un po' difficile parlare di incidente, disgrazia, fatalità. Il calcio c'entra. Sempre. Soprattutto quando chiude più gli occhi che gli stadi.

 

Maurizio Crosetti, La Repubblica 31/03/2008


March 25

Grazie Alex...

 

 

Del Piero e Scirea

 

552 partite, con la stessa maglia. I numeri racchiudono i miei ricordi. Raccontano vittorie, e purtroppo anche sconfitte. Tanti abbracci, lacrime, a volte sconforto, euforia, sofferenza, rabbia, gioia, orgoglio. La mia passione, sempre, dalla prima volta che ho toccato un pallone. Gran parte della mia vita, insomma.

 

552 partite, con la stessa maglia. I numeri per me significano tanto, tutti i grandi primati che sto raccogliendo in questa fase della mia carriera. Ma non sono tutto. Perché ho sempre pensato che non basta soltanto raggiungerli, i grandi traguardi. Il valore dipende anche da come li raggiungi.

 

552 partite, con la stessa maglia. Sono arrivato in cima, nella storia della Juventus con Gaetano Scirea. Ecco cosa intendo quando dico che conta il "come". Come Gaetano Scirea. A volte mi chiedo come mi vedono i ragazzi, i bambini. E penso che vorrei mi vedessero come io vedevo lui. Parlo dell' uomo, non solo dello straordinario giocatore. Perché questo, per me, vuol dire entrare nel cuore della gente, lasciare qualcosa che vada oltre i numeri.

 

552 partite, con la stessa maglia. Sono arrivato in cima, e ne vado orgoglioso. Mi fermo a guardare chi c’è al mio fianco, la stessa fascia di capitano al braccio. Solo con la Juventus, sempre e solo la nostra Juventus. Il mio nome è vicino a quello di Scirea, bellissimo. Mi piace ricordarlo, prima di tornare a guardare avanti.

 

552 partite, sono arrivato fino qui. Eppure continuo a non vedere l’ora che inizi la prossima, quella che devo ancora giocare. Con la stessa maglia.

 

Alessandro

March 22

Noi che...

Noi che a scuola si andava a piedi o col pullmino di Bruno e Franco conosceva tutti i bambini, uno per uno.
Noi che da più grandi col pullman di Bruno si andava a mare.
Noi che all'asilo c'erano suor Gemma, suora Borromea e suora Alessia che menava schiaffoni.
Noi che alle scuole elementari c'erano la Cipriani, Ingravallo e il direttore Mastromarino.
Noi che le gite erano ai laghi di Monticchio, a Otranto o alla foresta Umbra.
Noi che i libri si compravano da Irene o da Titina.
Noi che le visite scolastiche le faceva il dottor Corrente.
Noi che alle scuole medie c'erano Armentani, la Liuzzi (che se la chiamavi col suo nome, la Gallo, nessuno capiva) e il preside Ugo Roma.
Noi che i bidelli erano “Ulisse” e Zella.
Noi che la prima Unit d'inglese cominciava così: -Hello Robert -Hello Peter -Walcom to London -Thank you very much -Are you tired Robert? -A little Mister Brown.
Noi che per le ricerche non si usava internet ma si chiedeva a Rina o a Mimino.
Noi che alle superiori si andava a Martina, il treno partiva alle 6.45 e poi si aspettava un'ora alla stazione... ma era quello uno dei momenti
più belli della giornata.
Noi che la sera si usciva in piazza e la domenica c'era la fila per il rustico o il panzerotto col ragù.
Noi che al massimo c'era il pezzo di focaccia da Mantellini e la gazzosa da Minguccio.
Noi che il kechup non si era mai visto finchè non aprì Re Artù… e la prima volta ne cadde così tanto che le patatine erano immangiabili.
Noi che si sapeva che per baciarsi si andava sulle scuole medie e che per spingesi oltre c'era la Torre di Cacace (ma che, purtoppo per noi,
l'abbiamo solo sentito dire).
Noi che all'Ideal il gelato sfuso partiva da 50 Lire o con la stessa cifra compravi l'Arcobaleno... ma che alla fine dell'Arcobaleno c'era la menta che nessuno si mangiava.
Noi che nel Bar Italia c’era il gelato al cioccolato amaro.
Noi che nel Bar Colucci c'era la foto di Donato che faceva il pugile.
Noi che nel Bar dello Sport c'erano quelli che giocavano a carte.
Noi che nel Bar Gallone c'era Gino Gallonne.
Noi che si andava a vedere le commedie perchè c'erano Vito Santoro e Giorgio Di Presa.
Noi che c’erano i mitici Crisalide: Franco Mirabello, Gemano Marinò, Daniele Madio e Sandro Marangi.
Noi che alle feste venivano i Dick Dick, i Milk and coffee, Cristiano Malgioglio...
Noi che da Tonino c'erano le foto di Scialpi (il cantante) e delle Camomille che infornavano la pizza.
Noi che al campo c'era il derby tra la Crispius e la Pro-Inter.
Noi che al campo c'era Giorgio, il custode.
Noi che al campo c'era “Chiaruge” al posto di Claudio Conserva.
Noi che Claudio Conserva al campo non lo trovavi mai e cantava solo in chiesa.
Noi che dalle fontane usciva ancora l'acqua ma l'acqua buona era quella delle “Tre fontane”.
Noi che il corso era a doppio senso, poi cambiarono e “pe scì a Cammesante, m'ha jastemà tutte le sante”.
Noi che il ponte di Caramia era chiuso e c’era la “passerella”.
Noi che il ponte di via Magazzino… vabbè… lasciamo perdere…
Noi che in piazza c'era la benzina di “Ciuline”.
Noi che in piazza c'era la piantina di Crispiano.
Noi che in piazza c'era la cabina telefonica chiusa.
Noi che in piazza si fermava il pullman.
Noi che a S. Michele si andava a S. Simone a piedi.
Noi che ci si chiedeva perché a S. Simone si festeggiasse S. Michele e non S. Simone.
Noi che alla Madonna della Neve si metteva il vestito buono.
Noi che si ascoltava Radio 2, Radio Torre, Radio Young... e la sera c'erano gli Squallor e le telefonate a Radio Massafra International.
Noi che i dischi e le cassette nuove da De Fazio costavano 15.000 lire (e già non se li comprava nessuno, tant'è che chiuse subito)... poi sparirono dischi e cassette e ora i CD costano 30 Euro.
Noi che la “bottega” preferita era da Lauretta… che stava seduta fuori col cane Leo… che se aveva finito qualcosa ti mandava a casa sua a
prenderla dal suo frigo (dovevi passare da sotto lo scaffale)... che quando la mortadella era un po' di più non te la faceva pagare, ma se la mangiava lei... che dopo averti fatto il panino con la nutella leccava il coltello e poi tagliava il formaggio... ma che rimarrà per sempre la nostra “bottega” preferita.
Noi che se a Orazio chiedevi 100 grammi erano sempre 200 grammi (ma lui i 100 in più non se li mangiava).
Noi che in via Martina c'era il “Siciliano”, che però era calabrese.
Noi che si poteva comprare e poi facevi segnare sul quaderno.
Noi che in via Martina c'era l'unico supermercato (il Mini Market) altrimenti dovevi andare a Taranto... ma a Taranto non segnavano sul
quaderno.
Noi che i barbieri si chiamavano Cenzino, Tonino, Pasqualino...
Noi che i barbieri avevano certi giornaletti…
Noi che i barbieri ti facevano sedere sul “sediolino”… fino a 18 anni.
Noi che i fruttivendoli erano Lucia, Comasia, Mechéle “u Ciuciù”, Catalle “u Barbone”….
Noi che Catalle, quando non girava per la verdura, suonava la batteria... e se qualcuno urlava: “ngalliscete Catà”... altro che Tullio De Piscopo...
Noi che nei tabacchini c'erano Ninetta, Ariano, Mimine “u Pupe”… ed erano tutti crispianesi.
Noi che per le scarpe c'erano Rosetta, Ninetta sotto ai portici, Panico, “u Scarparidde”... e prima di comprare da uno, si faceva il giro da tutti.
Noi che poi c'erano anche l'armeria, Sport World e Pina “a Marcante” che vendeva di tutto.
Noi che c'era “Seppudde” che girava col motocarretto.
Noi che si scopriva il paese andando in giro con la bicicletta.
Noi che se bucavi la ruota ti facevi mettere la “pezza” da Ninuccio, da Palagiano o da Girioli.
Noi che la domenica dopo il catechismo si giocava a cartine.
Noi che andare a giocare significava uscire per strada e giocare con gli altri.
Noi che in televisione c'erano i Giochi senza frontiere ma erano meglio i Giochi di quartiere dell'Arci.
Noi che era bello fare passeggiate fino alla pineta, finchè non sono comparsi i cani ed è sparita la pineta.
 
da Polites del 21/03/2008
... grande Lucho!
February 21

I cento passi

I cento passi

[a notte fonda, sotto casa]
Peppino Impastato: Sei andato a scuola, sai contare?
Giovanni Impastato: Come contare?
Peppino Impastato: «Come contare», uno, due, tre, quattro. Sai contare?
Giovanni Impastato: Sì, so contare.
Peppino Impastato: E sai camminare?
Giovanni Impastato: So camminà.
Peppino Impastato: E contare e camminare, insieme, lo sai fare?
Giovanni Impastato: Sì, penso di sì...
Peppino Impastato: Allora forza. Conta e cammina. Dai. [prende il fratello per il braccio e comincia a camminare] Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto..
Giovanni Impastato: Dove stiamo andando?
Peppino Impastato: [alza la voce] Forza, conta e cammina! [...] ottantanove, novanta, novantuno, novantadue,
Giovanni Impastato: Peppino...
Peppino Impastato: Novantatré, novantaquattro, novantacinque, novantasei, novantasette, novantotto, novantanove e cento! Lo sai chi c'abita qua?
Giovanni Impastato: Ammuninne [sottovoce, intimorito]
Peppino Impastato: [inizia a urlare] Ah, u'zu Tanu c'abita qua! Cento passi ci sono da casa nostra, cento passi! Vivi nella stessa strada, prendi il caffè nello stesso bar, alla fine ti sembrano come te! «Salutiamo zu' Tanu!» «I miei ossequi, Peppino. I miei ossequi, Giovanni». E invece sono loro i padroni di Cinisi! E mio padre, Luigi Impastato, gli lecca il culo come tutti gli altri! Non è antico, è solo un mafioso, uno dei tanti!
Giovanni Impastato: È nostro padre.
Peppino Impastato: Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio dire che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!

February 20

This is Anfield

 
 
 
 
You'll never walk alone
 
 
 
You'll never walk alone

When you walk through a storm,
Hold your head up high,
And don't be afraid of the dark.
At the end of a storm,
There's a golden sky,
And the sweet silver song of a lark.
Walk on through the wind,
Walk on through the rain,
Though your dreams be tossed and blown...
Walk on, walk on, with hope in your heart,
And you'll never walk alone...
Walk on, walk on, with hope in your heart,
And you'll never walk alone...
You'll never walk alone...

 

Si entra nel tempio. Si entra da quella porticina, minuscola, e ti sembra di sentire il profumo della storia. I giocatori lo sanno, glielo ricorda la targa all’uscita degli spogliatoi, prima di entrare in campo: This is Anfield’. L’ha voluta Bill Shankly, storico allenatore del grande Liverpool, "per ricordare ai nostri ragazzi per quale maglia giocano, e ai nostri avversari contro chi giocano". Per questo, i giocatori del Liverpool la toccano quando le passano sotto.

 

February 09

La Meglio Gioventù

photo00

Nicola: Ha segnato la Corea.
Matteo: Chissenefrega
Nicola: Effettivamente a noi non ce ne frega niente, ma niente dè niente dè niente. Anzi, sai che ti dico, io tifo Corea...  Co-re-a  Co-re-a  Co-re-a Co-re-a  Co-re-a!!!
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